La mia esperienza
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Quanto sto per dirvi non è frutto di invenzione, bensì di esperienza vissuta, e vorrei che per una volta leggeste queste mie parole spogli da quei pregiudizi e da quella diffidenza che spesso ci imprigionano impedendoci di capire.
Fin dall'infanzia ho sempre sentito in me l'interesse ed il richiamo verso il mistero, l'origine della nostra vita, il perché della sofferenza, avvertendo sempre, in un modo o nell'altro, un forte richiamo verso ciò che potrei definire "cielo".
Da bambino ho sempre raccontato (così dicono anche quelli che mi hanno
conosciuto) di essere convinto di venire dallo spazio. Nei miei disegni mi
rappresentavo sempre come parte di un gruppo di esseri simili a neonati in
fasce, trasparenti, volanti e fluttuanti nel cosmo. Avevamo un compito
abbastanza dignitoso: non proprio fare i poliziotti, bensì vigilare e portare
aiuto a chi avesse bisogno. In quanto tali avevamo anche dei "capi", ovvero
degli esseri un po' diversi da noi e più potenti, i quali riuscivano, al
bisogno, a fare ciò che noi, pur in gruppo, non riuscivamo a portare a termine.
In un disegno requisitomi dalla maestra delle scuole elementari, ricordo di aver
rappresentato questa squadra, di cui ero convinto di essere parte, mentre
diveniva consapevole del compito di recarsi in una lunga missione sulla terra.
Nel disegno, quindi, rappresentavo il congedo dai "capi", nonché il nostro
avvicinamento al pianeta visto dall'esterno. Quindi rappresentavo i miei
genitori, già sposati, in una conversazione nella nostra casa. Mentre non si
accorgevano di nulla, riuscivo ad introdurmi (attraverso la bocca) nel corpo di
mia madre, che divenne immediatamente incinta. L'ultima raffigurazione mostrava
la mia nascita e il successivo riconoscere, nella stessa camera di ospedale, di
uno dei miei "compagni" di missione.
Altro particolare: qualche volta ricordo di aver parlato da solo, convinto che
il mio "capo" mi accompagnasse, in modo invisibile, e spesso si trovasse vicino
a me per aiutarmi.
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In quello stesso periodo, quando andavo alle scuole elementari, mia madre, a causa dell'influenza di amici di famiglia, aveva iniziato a comprare una nota rivista mensile di astrologia e materie affini. Io, che in quegli anni perfezionavo la mia capacità di lettura, ogni tanto mi divertivo a prendere in mano queste riviste il pomeriggio.
Un giorno la pagina cade su una rubrica in cui una esperta di paranormale rispondeva alle lettere dei lettori. Una lettrice raccontava di avvertire un forte calore alle mani, e che a causa di queste mani calde, la stessa, una notte, avrebbe addirittura bruciato un cuscino. L'episodio letto non mi aveva impressionato, bensì entusiasmato, soprattutto quando ero giunto alla risposta dell'esperta, che riteneva la lettrice predisposta alla pranoterapia e la invitava a provare a guarire con le mani.
Una di quelle sere, tra tutte le mie fantasticherie infantili, mi metto a ripensare a quell'articolo e mi dico: "Perchè quella signora ha questo dono e io non ce l'ho? Che bello sarebbe se anche le mie mani potessero emanare energia e aiutare gli altri. Ma devo rassegnarmi, a me non tocca.....".
Mentre mi stavo mettendo a letto, non avevo finito di pensare tra me e me a queste cose, che improvvisamente la mia mano destra si scalda. Dapprima diventa tiepida, poi caldissima, al punto da farmi avvertire il bruciore, ma un bruciore non fastidioso. Per nulla spaventato, mi stupisco e mi rallegro del fatto (che non mi spiego) e mi addormento con la mano sempre caldissima (per la fortuna e la serenità dei miei genitori, il cuscino non si è bruciato). Avrei desiderato riprendere questa esperienza soltanto vent'anni dopo, attraverso l'iniziazione al reiki.
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Giungo alle scuole medie. Al primo anno si tiene una festa in un salone della scuola, in cui ogni classe, in postazioni distinte, organizzava una sorta di rinfresco con bibite, patatine, focacce e salatini portati dai ragazzi. Io che (come ora) amavo camminare e mi annoiavo a stare fermo, girovagavo tra i vari tavoli. Ad un certo punto, mentre giungo nei pressi di un tavolino non della mia classe, tre ragazze - le quali probabilmente avevano pensato che volessi nutrirmi al loro tavolo - mi dicono "via, via di qui!", come a voler far capire che erano per la loro classe e non per me. Probabilmente era una frase che avevano già detto a tutte le persone "estranee" che passavano di lì; probabilmente era una frase di routine, detta senza nemmeno pensarci, con aria più scherzosa che offensiva. In ogni caso questo mi è stato detto e io, che peraltro non avevo nessuna intenzione di mangiare, mi sono voltato senza rispondere e ho proseguito la mia strada riprendendo il flusso dei miei pensieri.
Due secondi dopo, però, quello che ho udito mi ha spinto a voltarmi. Una delle tre ragazzine, quella che aveva parlato con il tono più prepotente, improvvisamente aveva cambiato colore, sembrava avere perso il senno, si lamentava ad alta voce, piangendo, e mi fissava. Le due compagne non capivano il motivo di tanto coinvolgimento emotivo, e, costrette anche a reggerla in piedi, le chiedevano cosa avesse. Lei risponde: "ma non lo vedete? non lo vedete? povero cristo! Io sto male! Chiamatelo!"
Immediatamente, stupite dell'accaduto e intenzionate ad aiutare una loro amica, mi osservano anch'esse in modo più profondo, ammutolendo e facendomi cenno di venire, quasi chiedendomelo per favore. Poi la ragazza in preda alla crisi mi chiede di mangiare e di bere. Sebbene - come già detto - non ne avessi avuto voglia, in quel momento ho capito in qualche modo che era accaduto qualcosa di importante nella crescita di questa persona e, per favorire questo "processo" e per non risultare a mia volta offensivo, ho accettato di mangiare qualcosa.
Nel momento in cui la crisi era iniziata - tra l'altro in modo così improvviso e come a voler ribaltare i sentimenti appena prima ostentati - sembrava quasi che qualcuno o qualcosa fosse intervenuto ad aprire gli occhi di questa persona, per consentirle di capire le conseguenze delle sue azioni sul suo prossimo e, sperimentando personalmente una compassione delle sofferenze altrui, di imparare a non fare preferenze in base a criteri di amicizie, di bellezza, di successo, bensì di rapportarsi ad ogni essere umano considerando la piena dignità di ognuno. Io al tempo ero un undicenne un po' imbranato, impacciato e abbastanza ignorante e non potevo capire queste cose, né mi ponevo certi interrogativi; nonostante tutto, però, non mi sono mai dimenticato l'episodio e ho sempre pensato che in quel momento qualcuno o qualcosa fosse intervenuto al mio fianco, non tanto per difendere me (non essendovi alcuna necessità di difesa), bensì per agire, mio tramite, su un'altra persona.
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Vengono i tempi del liceo, in cui vivo un periodo di relativa tranquillità.
A quindici anni mi accade un fatto che non avrei più dimenticato.
Fin dall'età di tre anni avevo iniziato a portare gli occhiali. Prima di metterli, infatti, ero soggetto a diversi sbandamenti e cadute, ed era evidente un certo strabismo. Non ricordo bene il nome del mio difetto, ma è certo che era stato detto che avrei dovuto portare gli occhiali a vita.
E', del resto, il destino di molte persone. Soltanto che, a partire dalle scuole elementari, avevo iniziato a rifiutare questa mia "condizione" e a vederla come un handicap, in quanto ogni volta che facevo a botte con qualcuno gli occhiali volavano per terra e si sfregiavano, molti compagni mi chiamavano "occhialone" e mi minacciavano (anche solo per scherzo) di rompermi gli occhiali. Addirittura mia madre, esprimendosi nel suo dialetto di montagna, mi chiamava con lo spregiativo "sbarlöciòn" (che significa "occhio sbercio"). Infine, una domenica pomeriggio, partecipando ad un gioco organizzato nel mio oratorio, un urto involontario da parte di un coetaneo in fila davanti a me aveva fatto sì che la mia montatura di metallo mi causasse un brutto taglio sotto il mio occhio destro (la cui cicatrice purtroppo si vede ancora).
Tante volte, meditando solo, mi chiedevo perchè dovessi portare questo "peso" e desideravo buttar via questi occhiali.
Un pomeriggio, sono solo, disteso sul letto con un libro da studiare. Non avendone molta voglia, prendo una lente di ingrandimento che si trova nelle vicinanze e inizio a pensare al suo principio di funzionamento, che non mi spiego. Dapprima provo ad ingrandire gli oggetti, poi mi viene d'istinto provare a guardare nella lente. Mi tolgo gli occhiali e, come in un rito del tutto inventato e improvvisato, sempre d'istinto e senza pensarci, per circa tre volte mi passo la lente davanti ad ogni occhio. Uno, due, tre. Quindi mi accorgo di aver perso tempo e la metto dove l'ho trovata.
Prima di riprendere la lettura, do una rapida occhiata alla finestra verso le case circostanti, che vedo bene, e poi mi rimetto gli occhiali, intenzionato a continuare a studiare. Ebbene, lì mi accorgo che le stesse case all'orizzonte, che vedo bene senza occhiali, diventano sfocate appena li indosso!
Non me ne ero mai accorto prima di quel momento.
Mi accadeva, in sostanza, ciò che accade a coloro che hanno la vista sana quando provano gli occhiali di un amico!
Sul momento non ho compreso bene la situazione, ma, non vedendo più bene con i miei occhiali, ho iniziato a tenerli bassi, come se fossero occhiali da lettura. Nel frattempo mia madre mi aveva fissato un appuntamento con il mio oculista.
Non si potrebbe descrivere lo stupore del mio oculista nel momento in cui, a seguito di test approfondito, ha potuto riscontrare un pieno recupero del visus, tra l'altro non previsto e non ritenuto possibile.
Non sapendo come commentare il fatto, si è limitato a darmi un buffetto sulla guancia dicendomi: "Ti è andata bene! Vai!".
Successivi controlli hanno confermato l'improvviso miglioramento, evidenziando che l'occhio che, tra i due, per quindici quindici anni aveva visto meno, vedeva (e vede tuttora) oltre 11/10 (secondo un controllo, addirittura 13/10). L'altro occhio, comunque, vede i suoi 10/10, talvolta anche di più, a seconda della giornata.
Un bel recupero!
L'altro giorno, avendo rintracciato il secondo dei miei due angeli custodi, ho notato con stupore che Esso, se richiesto, favorisce la guarigione delle malattie degli occhi. Coincidenza? Grazia? Miracolo? Non lo so neppure ora, so solo che finalmente posso andare in giro senza occhiali e senza lenti, con un grande guadagno (nel mio caso) nell'aspetto esteriore.
La cicatrice non è più sparita del tutto; evidentemente deve servire a farmi ricordare il passato e l'importanza, per me, del cambiamento misteriosamente accadutomi.
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In quegli anni, inizio a scoprire un certo interesse allo studio della filosofia e delle religioni, a cominciare dalla mia (il cattolicesimo), per esaminare i diversi punti di vista e le diverse visioni del mondo e della vita che l'uomo, da quando esiste, ha adottato. In questo cammino di ricerca, studiando l'anelito dell'essere umano verso l'Infinito, inizio così ad occuparmi di realtà spesso considerate misteriose e pericolose, indicate con i termini occultismo ed esoterismo, ed oggetto di una scienza, la parapsicologia.
Ciò che sarebbe rimasto l'esito di uno studio meramente libresco, doveva, per destino, entrare a far parte della realtà della mia vita.
C'era, al paese
natale di mia madre, un cane randagio al quale ero molto affezionato fin
dall'infanzia. Giunto ormai all'età di diciassette anni, la sua salute iniziò
a peggiorare. La famiglia che se ne prendeva cura, probabilmente stanca di
farlo, iniziò a dire che era opportuno farlo sopprimere.
Accadde
che quell'inverno, in cui (come sempre) mi trovavo a Milano, lontano più di
cento chilometri dal paese, l'animale si aggravò e rimase completamente
immobilizzato. Ci telefonarono dal paese per informarci, dicendoci che da lì a
mezz'ora sarebbe giunto il veterinario, al corrente della situazione ed
intenzionato a praticare l'iniezione letale.
In quella situazione, non rassegnato ad accettare il fatto compiuto, e ritenendo che, se avessi potuto essere presente, avrei potuto curare meglio e forse salvare il "mio" cane, decisi di tentare il possibile: preparare un rituale di guarigione a distanza. Non l'avevo mai fatto, era una cosa che avevo letto sui libri, e che mi aveva sempre un po' intimorito.
Nel giro di pochi minuti cercai una fotografia, mi chiusi in una stanza e preparai il rituale, accendendo una candela e concentrandomi sull'immagine dell'animale, invocando l'aiuto delle potenze cosmiche buone affinché esso potesse ancora vivere.
Dopo pochi minuti, mentre ancora pronunciavo le richieste di guarigione, venni interrotto dai miei familiari, i quali mi dissero: "Hanno telefonato ora, il cane vive! Non lo hanno soppresso... sta migliorando!". E - cosa ancor più sorprendente - le stesse persone che prima volevano farlo sopprimere, ora si offrivano di curarlo e di pagargli i medicinali!
In due giorni il cane guarì completamente. Così, la seconda mattina dopo la visita del veterinario, chi lo accudiva, aprendo la porta del box ove si trovava, si stupì nel vederlo correre fuori verso i prati. Che stesse meglio poteva averlo accettato, ma una remissione così veloce era un po' difficile da prevedere.
Nulla è impossibile lassù.